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Da un po’ di tempo, con Internet e la globalizzazione, il mondo si è ristretto. E con i social media si sono invece ampliate le possibilità di sentirsi al centro del mondo“. Tra i motivi sul perché prendere in mano, sotto l’ombrellone o dove preferite, il libro “Trovare le parole” di Vera Gheno e Federico Faloppa c’è anche questo: sentirsi al centro del mondo richiede una presa di coscienza di ciò che si fa e si dice e delle parole che scegliamo per esprimerci. Perché “più siamo immersi in queste dinamiche, meno sembriamo renderci conto del loro funzionamento – che diamo per scontato e assodato – e dei nostri limiti nel tentare di gestirle“.

#daleggere

Sotto il sole o in un posto all’ombra, possiamo per un attimo appoggiare le nostre certezze su tutto e ripartire da questo abbecedario delle parole “per una comunicazione consapevole”. Facendolo, potremmo scoprire che:

1. L’ascolto è la prima parola, sempre

La parola ascolto nel libro è la prima non certo e solo per ordinamento alfabetico. E’ la prima perché “ascolto indica un metodo, un modo per mettere in discussione noi stessi, ma anche lo spazio e le pratiche dell’agire“.

Ascolto come “strumento fondamentale non solo per comunicare, ma anche per gestire l’interazione, il dubbio, il conflitto, i punti di vista altrui. E per costruire partecipazione, coinvolgimento, coesistenza“.

Come a dire che senza ascolto non si va da nessuna parte, tanto meno ci si può confrontare, scontrare, sfidare a distanza tramite i social network e il mondo solo apparentemente virtuale che ci hanno costruito intorno.

2. Ritrovare il coraggio di essere zen ci salverà

“Non ti devi arrabbiare” è una frase che abbiamo sentito milioni di volte e milioni di volte, soprattutto nel momento in cui stavamo “litigando” su Whatsapp o su un qualunque altro posto virtuale. Eppure, ci ricordano Vera Gheno e Federico Faloppa, “troppo spesso ci si giustifica, nella nostra fretta di comunicare, affermando che è colpa dei mezzi di comunicazione che usiamo”. Infatti, “nessuno ci costringe a leggere o a scrivere (e parlare, e digitare) in maniera affrettata, in condizioni normali. Questo significa che possiamo almeno provare a fare un respiro profondo e cercare di concederci quel breve tempo necessario per avere piena consapevolezza degli atti di comunicazione che stiamo facendo“.

Un momento in cui, pur restando “zen”, non dovremo rinunciare a parlare e dire la nostra è invece quando assistiamo a episodi di odio rivolti ad altri e altre. In questi casi restare in silenzio, imperturbabili, passare oltre è un errore, anche se l’odio non è rivolto a noi. Perché “tali comportamenti comunicativi deprecabili possono avvenire – e prosperare – anche grazie all’indifferenza diffusa di chi vede, ma non interviene“.

3. Le parole non sono solo parole

Le parole non sono solo parole è il concetto centrale che si ritrova in ogni pagina del libro. Compresa su quella che accende un lumicino sulla parola Educazione, “al centro, sempre e comunque”.

Educazione che parte da quella linguistica, appunto. Soprattutto in un tipo di comunicazione, come quella digitale, in cui scompaiono tutti gli accompagnatori delle parole: il tono di voce, lo sguardo, la mimica per lasciare solo le parole che scriviamo.

Un bel consiglio che spunta fuori dalle pagine: “Nessuno ci costringe a comunicare a ogni costo, e non dobbiamo per forza dire la nostra come se questo fosse una specie di attestazione di esistenza di vita. Dobbiamo disabituarci al doping della comunicazione senza se e senza ma, solo per il fatto di mostrare che ci siamo. In sostanza, il modo migliore per evitare incidenti è fermarsi un attimo a riflettere su quello che si sta facendo, e ogni tanto scegliere il silenzio.

E' analista, programmatrice e formatrice. Giornalista per passione, scrive quasi esclusivamente di tecnologia. Ma prima o poi cambierà tema. O forse no.

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